sabato 2 maggio 2009

POESIA TEDESCA
GUNTER KUNERT
(1929-2009)


6
Ah, è partito. Prendesse almeno
la via più breve. Verso i salsicciotti senza smisurate
aggiunte di senape. Verso le notti senza l’unica
dovizia di questo mondo, l’angoscia. Andasse per questa
via che conduce
per porte aperte
dietro cui sta in agguato null’altro che devota vacuità.
Procedesse
da sé
e affilasse le forbici finalmente per mozzare tutti
i vecchi fili e corde funi e cavi dai quali
egli
si dimena scuotendosi in orribile danza. Ah, se ne andasse
verso lo sterminato mare di lacrime e prosciugasse
un metro quadrato ah, non per via burocratica per via sbagliata.
E’ partito
é vero ma almeno prendesse la via più breve
che conduce più lontano.

7
Invero egli è partito. Invero può
raggiungere i campi della concreta beatitudine: quelli
del ben saziarsi
delle scarpe di vero cuoio
delle canzoni rauche per la grappa
delle caratteristiche grotte con le Alpi ad olio
alla parete. Ahimè, doloroso e reale là dimora un
altro già presente prima dell’arrivo e struggendosi
si solleva: il serpente primordiale
QUESTONONBASTA
inestirpabile con decreti. Non decapitabile da qualche
Ercole
Non da qualche rivoluzione. Non esorcizzabile con scongiuri.
Non con tamburi pubblicitari. Non con il tam-tam di una scienza.
Non con la tromba di qualche piccolo giudizio universale.
Gunter Kunert
(da: Ricordo di un pianeta, Einaudi Editore, 1970, traduzione di Luigi Forte)


giovedì 30 aprile 2009

POESIA GRECA
TITOS PATRIKIOS
(1928)







Debito


Tra tutta questa morte che è venuta e viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpí l altro corpo che si trovò al mio posto.
Cosí, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti
per narrare la loro storia.



Titos Patrikios
Novembre 1957
Traduzione di Nicola Crocetti
La resistenza dei fatti a cura di Nicola Crocetti
Crocetti Editore 2007

venerdì 24 aprile 2009

POESIA NORVEGESE
OLAV H. HAUGE
(1908-1994)



La terra azzurra
Qui sono al sicuro, qui ci sono querce intorno ai muri,
qui scintilla lo stretto tra monti corrosi dal mare.
Se me ne sto in piedi alla finestra
le querce immense hanno
una profonda tonalità oleosa
come un dipinto antico,
sul cielo di smalto azzurro
nubi ritardatarie
si rincorrono dal mare.
Querce nel sole d’autunno!
Terra azzurra, terra di monti, terra di mare
ed ere alle mie spalle
in una festa di colori
e ardore.
Oggi ci sono freddo e fiocchi di neve nell’aria,
i rami nudi si protendono come artigli
verso il caldo e l’ultimo ozono.
Mi inoltro nella terra azzurra
sotto le foglie che cadono.
E un giorno sarà spoglio Yggdrasil.
Olav H. Hauge
Traduzione di Fulvio Ferrari
Da La terra azzurra a cura di Fulvio Ferrari
Introduzione di Idar Stegane
Crocetti Editore 2008

martedì 21 aprile 2009

POESIA AFRICANA
N. NGAMA
PRIGIONE
Vivere una sola vita
in una sola città
in un solo paese
in un solo universo
vivere in un solo mondo
è prigione
Amare un solo amico
un solo padre
una sola madre
una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione

Conoscere una sola lingua
un solo lavoro
un solo costume
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione

Avere un solo corpo
un solo pensiero
una sola conoscenza
una sola essenza
avere un solo essere
é prigione
N.Ngama

lunedì 20 aprile 2009

POESIA TURCA
NAZIM HIKMET
(1901-1963)






Il piu' bello dei mari

e' quello che non navigammo.

Il piu' bello dei nostri figli

non e' ancora cresciuto.

I piu' belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di piu' bello

non te l'ho ancora detto.

Alla vita

La vita non e' uno scherzo.

Prendila sul serio

come fa lo scoiattolo, ad esempio,senza aspettarti nulla

dal di fuori o nell'al di la'.

Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non e' uno scherzo.

Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto

che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,

o dentro un laboratorio

col camice bianco e grandi occhiali,

tu muoia affinche' vivano gli uomini

gli uomini di cui non conoscerai la faccia,

e morrai sapendo

che nulla e' piu' bello, piu' vero della vita.

Prendila sul serio

ma sul serio a tal punto

che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi

non perche' restino ai tuoi figli

ma perche' non crederai alla morte

pur temendola,

e la vita pesera' di piu' sulla bilancia

sabato 7 marzo 2009

POESIA PALESTINESE
MAHMUD DARWISH
(1941-2008)



Carta d’identità

Scrivi : sono un arabo;
la mia carta porta il numero cinquantamila.
Ho otto bambini,
e il nono nascerà dopo l’estate.
Ti dispiace forse ?

Scrivi : sono un arabo;
impiegato con i compagni della miseria in una cava,
ho otto bambini
per i quali dalla roccia
ricavo il pane,
i vestiti ed il quaderno.
Non chiedo la carità alle vostre porte
né mi umilio davanti alle piastrelle dei gradini.
Ti dispiace forse ?

Scrivi : sono un arabo; un nome senza titolo
e resto paziente in una terra
dove tutto vive con impulso di furia.
Le mie radici si sono ancorate qua,
prima del nascere del tempo
prima dell’apertura delle ere
anteriormente ai cipressi, agli uliveti
ed al crescere dell’erba.

Mio padre …viene dalla stirpe dell’aratro,
non è un figlio di signori privilegiati,
mio nonno pure era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato !
Mi insegnava l’orgoglio del sole
prima di insegnarmi la lettura dei libri.
La mia casa è la guardiola di un custode
fatta di rame e di canna.
Sei soddisfatto della mia posizione ?
Ho un nome senza titolo !

Scrivi : sono un arabo;
dai capelli color carbone
e dagli occhi bruni.
La mia descrizione:
un akal sulla kufiyya copre il mio capo;
e il palmo della mano duro come la roccia,
graffia chi lo oserebbe toccare.

Il mio indirizzo è :
un villaggio disarmato … dimenticato
dalle vie senza nomi.

Scrivi : sono un arabo;
avete rubato la vigna dei miei nonni
e la terra che coltivavo
insieme ai miei figli.
Senza lasciare a noi nulla
né ai nostri nipoti …
se non queste rocce.
E’ forse vero che il vostro stato
prenderà anche queste …
come si mormorava ?

Allora !
scrivilo in cima alla prima pagina :
“non odio la gente
né aggredisco alcuno,
ma se divento affamato
la carne dell’ usurpatore sarà il mio cibo.

Attenzione !
Guardativi
dalla mia collera
e dalla mia fame !

Si tratta di un uomo

Incatenarono la sua bocca
legarono le sue mani
alla roccia della morte
e dissero : “ sei un assassino “.

Gli tolsero il cibo, gli abiti, le bandiere
lo gettarono nella cella dei morti
e dissero : “ sei un ladro “.

Lo rifiutarono in tutti i porti
portarono via la sua piccola amata
e dissero : “ sei un profugo “.

O tu, dagli occhi e le mani sanguinanti !
la notte è effimera,
né la camera dell’arresto
né gli anelli delle catene
sono permanenti.

Nerone è morto, ma Roma no,
lotta persino con gli occhi !
e i chicchi di una spiga morente
riempiranno la valle di grano.


Innamorato dalla Palestina

I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.

Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
cosi la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.

Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.

Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.

Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni ….

I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.

La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.

Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta !
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio ?

Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste … senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?

Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!

Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolce del miele
scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.

Tratto dal testo: “ Poesie della Resistenza Palestinese”
di F. Aljaramneh & A. Tailakh
Edizione “Al Hikma” Febbraio 2003

domenica 15 febbraio 2009

ALBUM di POESIA

FRANCESCO PETRARCA
(1304-1374)




Chiare fresche e dolci acque


Chiare fresche e dolci acque
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque,
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
con l'angelico seno;
aere sacro sereno
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S'egli è pur mio destino,
e 'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l'alma al proprio albergo ignuda;
la morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo,
ché lo spirito lasso
non poria mai più riposato porto
né in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.
Tempo verrà ancor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; ed o pietà!
già terra infra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
sì dolcemente che mercé m'impetre,
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da' be' rami scendea,
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo;
qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra e qual su l'onde,
qual con un vago errore girando perea dir: "Qui regna Amore".
Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
"Costei per fermo nacque in paradiso!".
Così carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e'l dolce riso
m'aveano, e sì diviso
da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
"Qui come venn'io o quando?"
credendo esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
quest'erba sì ch'altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant'ai voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco e gir infra la gente.

(da Letteratura di ieri e di oggi. Lumina editrice, 1960)

DANTE ALIGHIERI
(1265-1321)





Rime del tempo della Vita Nuova



Guido i' vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch'ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;


sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse 'l disio.


E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch'è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:


e quivi ragionar sempre d'amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i' credo che saremmo noi.

(da Letteratura di ieri e di oggi, Lumina Editrice, 1960)
CECCO ANGIOLIERI
(1260-1310)



S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo
S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, manderei
l' en profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.
(da Letteratura di ieri e di oggi, Lumina Editrice, 1960)
GUIDO CAVALCANTI
(1255-1300)



Perch'i' no spero di tornar giammai

Perch'i' no spero di tornar giammai,
Ballatetta, in Toscana,
va' tu, leggera e piana,
dritt' a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.


Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli' e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia,
pianto e novel dolore.


Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m'abbandona;
e senti come 'l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona,
ch'i' non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l'anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core.


Deh, ballatetta mia, a la tu' amistate
quest anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu' ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se' presente:
«Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d'Amore».


Tu, voce sbigottita e deboletta
ch'esci piangendo de lo cor dolente,
coll'anima e con questa ballatetta
va' ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
starle davanti ognora.
Anim', e tu l'adora
sempre, nel su' valore.

(da Letteratura di ieri e di oggi, Lumina Editrice, 1960)

sabato 14 febbraio 2009

SAN FRANCESCO
1182 -1226

CANTICO di FRATE SOLE

Altissimo, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude , la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullo homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucyr le tue creature,
specialmente messor lo frate sole,
lo qul’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te , Altissimo, porta significazione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et belle.

Laudato si, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sostentamento.

Laudato si, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herha.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirminate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no’l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
E serviateli cun grande humilitate
(da Letteratura di ieri e di oggi, Lumina Editrice, 1960)

venerdì 13 febbraio 2009

ANTOLOGIA PALATINA
SOGNI VALORI
Colei che ha messo a fuoco la città,
Stenelaide pezzo-da – novanta,
la puzza-oro a quelli che la vogliono,
un sogno me l’ha messa accanto nuda
tutta una notte fino alla dolce alba
a darsi senza farmi sganciar soldo.
Non più l’implorerò sulle ginocchia,
la barbara, né piango il mio destino
or che tal voluttà Sonno mi reca.
Anonimo )Meleagro?)

TOMBA SOLITARIA

Non ti dicevo, o Prodica,:”Invecchiamo”?
Non te lo pronunciavo a tutte l’ore:
“Cara, i dissolvitori dell’amore
verranno presto”? Ed eccole, le rughe,
le chiome bianche ed il corpo inciocito;
e la tua bocca non ha più le grazie
d’allora. Chi più adesso t’avvicina,
ti fa morire e prega più, già stella
d’orgogliosa beltà? Or ti passiamo
da presso come a tomba solitaria.
Rufino

IMPROPERIO

Così possa, Fraschetta, tu dormire
come fai dormir me sopra una soglia
ghiacciata, sì, così possa dormire,
perfida, come me, tuo spasimante,
mandi a dormire. Né pietà ti mosse
per me nessuna. Cuore hanno i vicini
per me, tu, nulla. Un dì la chioma bianca
ti farà ricordar la tua perfidia.
Callimaco

(Traduzione di Giuseppe Gualtieri, da Antologia Palatina-I libri dell’amore-.Vallecchi 1973)

sabato 7 febbraio 2009


CANTICO DEI CANTICI
Scena Quinta
La sposa
Dormivo, ma il mio cuore vigilava
(mi ascoltavo dormire).
Una voce! Era lui, era il mio diletto
che un po’ chiamava e un poco picchiettava.
Diceva- o era un sogno?- “Apriti, amica,
o Tuttabella, o colomba perfetta.
Rorida di rugiada è la mia testa
e i miei riccioli stillano
già di notturne gocciole”.
M’ero tolta la tunica….
(indossarmela ancora?),
m’ero lavato i piedi
(imbrattarmeli ancora?).
Quasi un gioco d’amore…. Il mio diletto
allungò una mano entro il forame,
e il mio seno balzò a quel contatto.
Mi levai per aprire al mio diletto:
le mani s’unguettarono di mirra
sparsa sulla maniglia.
Apersi al mio diletto,
ma il mio diletto era andato via.
La mia anima parve venir meno
perché era andato via….
Lo chiamai lungamente, e non rispose
perché era andato via…
M’imbattei nelle guardie
di ronda alla città;
mi strapparono il velo, mi percossero,
le guardie delle mura…
Io vi scongiuro, o figlie di Ierùsalem,
se incontrate il mio damo, dite, ditegli
che io muoio d’amore.
Il coro
Ma cos’ha il tuo diletto più degli altri,
o bellissima tra le belle donne,
perché tanto ne spasimi?
La sposa
Il mio diletto è bello e prosperoso,
distinto tra duemila, diecimila,
e la sua testa è oro, oro che brilla.
I suoi riccioli? Grappoli di palma,
nerissimi, corvini.
I suoi occhi come occhi di colombo
muovono rivi d’acqua,
specchiano cieli teneri:
e le sue guance sono come aiuole
di giunchiglie, di balsami.
Fatemi dire come son le labbra….
Due rose fresche e colte in paradiso.
E le sue mani? Mani fatte al tornio
cariche di topazi inanellati.
Il suo petto è abbagliante come avorio
cosparso di zaffiri,
e le gambe, colonne alabastrine
su piedistalli d’oro.
In quanto al portamento, è insigne come
il portamento dei cedri del Libano.
Ma la sua bocca è colma di rosolio,
bocca amabile, bocca deliziosa,
in lui tutto è delizia.
Questo è il diletto mio, l’amante mio,
o figliuole di Gerusalemme.
(Traduzione di Cesare Angelini ,Einaudi, 1973)
( Nota: Si credette un tempo che l’autore ne fosse Salomone, ma l’esame interno del libro ha indotto i biblisti (il Ricciotti, il Garofalo e il Galbiati, in capo a tutti), a riportarlo in epoca meno remota, verso il secolo IV a. C.; e l’attribuzione a Salomone. -Il Re Sole- pare inventata apposta per gettarvi sopra la splendente antichità di quei millenni)


venerdì 30 gennaio 2009

POESIA GUATEMALTECA
MIGUEL ÁNGEL ASTURIAS


(1899-1974)


Inverno

In ginocchio tra vento, orma e levriero

corsi dietro di te, chiara presenza,

trascinato dal lampo di una stella

di senso in senso sino alla tua assenza.

Attraversasti, amore, gli egoismi

che con selce di lacrima ti svelo

sovrapponendo abissi dopo abissi,

nella mia solitudine di gelo.

Il grande ragno della pioggia fila

con acqua e vento leste ragnatele.

Cosa mai diverranno domattina?

Forse un vetro infrangibile, di certoso

migliante ai miei occhi ormai sereni

dopo aver pianto tutto ciò che ho perso.

Traduzione di Cristina Sparagana.

Poesia n. 235 Febbraio 2009 - Miguel Ángel Asturias

Un trovatore precolombiano a cura di Cristina Sparagana, Crocetti Editore 2009

POESIA AUSTRIACA

NORBERT C. KASER

(1947 - 1978)







Le trottole nella mia testa
hanno ripreso a vorticare
ancora sono fiorenti i lampioni
nel mattino dopo la notte
di plenilunio. Ho dormito
oltre il tempo e mia
lode è il sogno con
rabbia. Dalle croci delle vette
lungo le finestre abbaglianti
delle fattorie più alte
la luce solare che brucia la neve
scala lentamente
la conca di valle
ancora fioriscono
i lampioni le trottole
nella mia testa
hanno ripreso a vorticare

Norbert C. Kaser
31.1.69


Traduzione di Gio Batta BucciolPoesia n. 234 Gennaio 2009, Norbert Conrad Kaser, La dolcezza della ribellione a cura di Gio Batta Bucciol Crocetti Editore 2009

sabato 10 gennaio 2009

BEAT GENERATION
GREGORY CORSO
(1930-2001)


Sogno di una stella

Ho sognato Ted Williams
piangente nella notte,
davanti alla Torre Eiffel

Era in divisa
con la mazza ai suoi piedi
nodosa e delicata
Aveva preso la mazza con le mani aperte
mettendosi in posizione, come se fosse nel box
e rideva! scaricando la sua collera di ragazzo
verso un invisibile mound
aspettando, fino in fondo, il lancio dal paradiso.

Arrivò, ne arrivarono centinaia, tutti rapidissimi.
E girò, girò, girò senza colpirne nemmeno uno,
sinker, curva, dritti in mezzo al piazzo
un centinaio di strikes!

l'arbitro vestito in uno strano abito
esplose il suo verdetto: SEI OUT !!
L'inorridito boato dei fantasmi degli spettatori
si disperse tra gli arabeschi di Notre Dame.
E io urlai nel mio sogno
Dio! tiragli il tuo lancio misericordioso!
Annuncia il colpo della mazza!
saluta une bella valida a sinistra!
Sì: il doppio, il triplo!
Osanna: il fuoricampo!
Gregory Corso
(Literary Kicks by Asher)



ALLEN GINSBERG

(1926-1997)



AMERICA

America ti ho dato tutto e ora non conto nulla.
America due dollari e ventisette cents 17 gennaio1956.
Non posso sopportare i miei pensieri.
America quando la finiremo con la guerra umana?
Va’a farti fottere con la tua bomba atomica.
Non mi sento bene non mi disturbate.
Non scriverò più una poesia finché non sarò in armonia.
America quando sarai angelica?
Quando ti toglierai i vestiti?
Quando ti guarderai dalla tomba?
Quando sarai degna dei tuoi milioni di Trotzkisti?
America perché le tue biblioteche grondano lacrime?
America quando manderai le tue uova in India?
Sono stanco delle tue richieste folli.
Quando potrò andare in un supermarket a comprare quel che mi occorre
pagando con il mio bel viso?
America dopo tutto siamo tu ed io ad essere perfetti non il mondo.

I tuoi macchinari sono difficili da accettare per me
Mi è venuta la voglia di essere santo.
Ci deve essere un modo per ricomporre questa lite.
Burroughs è a Tangeri non credo che tornerà sarebbe un dramma.
Fai la funesta sul serio o è uno scherzo?
Sto cercando di capire.
Mi rifiuto di rinunciare alla mia ossessione.
America basta spingermi so quel che sto facendo.
America stanno cadendo i fiori del prugno.
Non leggo i giornali da mesi, ogni giorno processano qualcuno per omicidio.
America con Wobblies divento sentimentale.
America da ragazzo ero comunista e non me ne pento.
Fumo marijuana ogni volta che capita.
Sto in casa per giorni interi fissando le rose nell’armadio.
Quando vado a Chinatown mi ubriaco e nessuno mi scopa.
Ho deciso saranno guai.
Avresti dovuto vedermi quando leggevo Marx.
Il mio psicanalista crede ch’io abbia ragione.
Non dirò le preghiere del buon Dio.
Ho visioni mistiche e vibrazioni cosmiche.
America non ti ho ancora detto cosa hai fatto a zio Max
quando arrivò dalla Russia.
E’ a te che parlo.
Lascerai che le tue emozioni siano manipolate dal Time Magazine?
Sono ossessionato da Time.
Leggo la rivista tutte le settimane.
La sua copertina e come se mi guardasse ogni volta che passo
davanti al pasticciere sull’angolo
La leggo nel seminterrato della Biblioteca Pubblica di Berkeley.
Non fa che parlarmi di responsabilità. I businessmen sono seri.
I produttori cinematografici sono seri. Tutti sono seri tranne me.
Mi viene in mente che io sono l’America.
Parlo sempre da solo.
L’Asia mi si solleva contro.
Non ho neppure una chance che ha un cinese
Farei meglio ad occuparmi delle mie risorse nazionali.
che consistono in due canne di marijuana
milioni di genitali una letteratura privata impubblicabile che va
in Jet a 1400 miglia l’ora e venticinquemila manicomi.
Non dico niente delle mie galere né dei milioni di sottoprivilegiati
che vivono nei mie vasi da fiori sotto la luce di cinquecento soli.
Ho abolito i bordelli in Francia e a Tangeri.
Il mio sogno è diventare Presidente malgrado io sia cattolico.
America come posso scrivere una santa litania nella tua vena stupida?
Continuerò come Henry Ford le mie strofe sono individui
Come le sue automobili e in più sono tutte di sesso diverso.
America ti venderò strofe a $ 2500 l’una $ 500 meno della tua
Vecchia strofa.
America libera Tom Mooney
America salva i lealisti spagnoli
America Sacco e Vanzetti non devono morire
America io sono i ragazzi di Scottsboro.
America quando avevo sette anni la mamma mi portava alle riunioni
della Cellula Comunista, ci vendevano garbanzos una manciata per un
biglietto un biglietto costava un nichel e i discorsi erano gratis tutti
erano angelici e sentimentali verso gli operai tutto era così sincero non
hai idea che bella cosa fosse il partito nel 1835 Scott Nearing era un
grande vecchio un vero mensch Mother Bloor l’Evig-Weibliche delle
operaie dei setifici in sciopero mi faceva piangere una volta ho visto
l’oratore yiddish Israel Amter in persona. Dovevano essere tutti spie.
America non è che vuoi proprio andare in guerra.
America è colpa di quei russi cattivi.
Quei russi lì, quei russi, e quei cinesi lì. E quei russi.
La Russia vuole mangiarci vivi. La Russia ha un delirio di potere.
Ci vuol portare via la macchina dal garage e impadronirsi di Chicago.
Ha bisogno di un Readers’ Digest Rosso.
Vuole le nostre fabbriche d’auto in Siberia.
Con tutti quei burocrati lì che sanno come far funzionare le nostre stazioni di servizio.
Non va mica bene. Puh. Insegnerai agli indiani a leggere
Ci servono i nostri negroni neri. Ecco! Ci farà lavorare 16 ore al giorno. Aiuto.
America è una cosa seria.
America é questa l’impressione che ho se guardo la televisione
America è giusto?
E’ meglio che mi metta subito al lavoro.
E’ vero non voglio andare nell’esercito o a far girare torni in fabbriche
di pezzi di precisione, poi non ho la vista buona e sono psicopatico.
America ora mi rimbocco queste maniche pederaste.
Allen Ginsberg
(Traduzione di A Cesena, Antologia poeti stranieri, Arte Domus, 1989)


Un Supermarket in California

Quanti pensieri ho stasera su di te, Walt Whitman, passeggiavo su
strade laterali sotto gli alberi col mal di testa guardando la luna piena.
Nella mia stanchezza, per far acquisti di immagini
sono entrato nel supermarket sognando le tue elencazioni!
Che pesche e che penombre! Intere famiglie a fare la spesa di notte!
Reparti pieni di mariti! Mogli a scegliere avocados, lattanti tra i pomodori!
E tu, Garcia Lorca, che facevi in mezzo ai cocomeri?

Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio solitario,
tastare i pezzi di carne nel frigo, sbirciando i commessi di drogheria.
Ho sentito che facevi domande a ognuno. Chi ha ucciso le braciole di maiale?
Quanto costano le banane? Sei il mio Angelo?
Ho girato tra pile luccicanti di scatolette seguendoti e immaginandomi controllato
dal detective della ditta.
Camminavamo giù per i corridoi aperti insieme alla nostra fantasia
gustando carciofi, possedendo ogni squisitezza congelata,
senza mai passare dal cassiere.

Dove stiamo andando, Walt Whitman? Tra un’ora qui
chiudono. Da che parte punta la tua barba stasera?
Prendo il tuo libro e sogno la nostra odissea nel supermarket e
mi sento assurdo.
Cammineremo tutta la notte per strade deserte?
Gli alberi fanno ombra, con le luci spente nelle case, tutti e due saremo soli.
Andremo a passeggio sognando l’America d’amore perduta,
passando vicino a macchine blu in sosta, fino a casa
al nostro cottage silenzioso?
Ah, caro padre barbagrigia, vecchio solitario, maestro di coraggio,
che America avevi tu quando Caronte smise di spingere col palo
il suo traghetto, e tu approdato su una riva fumante sei rimasto a guardare
la barca sparire sulle acque del fiume Lete?
Allen Ginsberg

(Traduzione di E. Cesena, Antologia Poeti Stranieri, Arte Domus 1989)